La vita

Bio.

Nasce a Castellaneta, paese agricolo del tarantino, il 15 dicembre del 1938. Quando lui ha nove anni il padre abbandona la famiglia: è’il sud rurale del dopoguerra,la fame e la povertà incalzano con la durezza dei pregiudizi: la madre non trova più lavoro per il disonore caduto sulla famiglia, è costretta a lasciare i figli ed andare a Torino, i fratellini affidati alla nonna, Sante finisce in un Istituto per l’Infanzia Abbandonata.Con le suore dell’istituto dovrà salutare la vittoria della DC, non ne capisce ancora molto di politica, ma di quel periodo ricorda bene la commozione negli occhi di un severo maestro che parla degli eroi della Resistenza. Sei anni dopo, “con la mia valigetta di cartone, percorrendo una strada già battuta da migliaia di meridionali” raggiunge la madre a Torino, ma andrà a vivere con gli zii, alla Barriera. “Se Torino era la città più proletaria del nostro paese, la Barriera di Milano era il quartiere più proletario di Torino, e questo ne faceva un luogo di antica tradizione di lotta”. Con lo zio non doveva parlare di quel collegio da cui arrivava, non voleva sentire parlare dei preti lo zio, era stato un partigiano, era un comunista. Come lui, migliaia di operai, molti dei quali immigrati, l’immane serbatoio di forza lavoro dell’industria più avanzata del tempo raccolto in un quartiere, in anni di straordinaria forza di aggregazione e solidarietà sociale. Milita nella FGCI, poi nel PC, distribuisce la stampa, partecipa ai grandi raduni, lavora nelle botteghe dei compagni. La sezione operaia è la sua casa, “dove non ci sentivamo più soli, dove era politico anche divertirsi”; e Sante si dedica con zelo alle lotte e, dopo un delusione d’amore che ci darà la sua prima poesia, più che alle ragazze, dice. Ha sedici anni, il partito rappresenta l’unica forza di organizzazione, emblema di unità, e di riscatto. Sono anni di preparazione collettiva alla rivoluzione, prove generali dove le spinte di base erano davvero orientate verso una radicalizzazione delle lotte. Perchè c’era la fame, c’era la disoccupazione, e un processo socialista di cambiamento sociale mutilato dalla guerra, ma ancora vivo nei ricordi dei protagonisti della resistenza, che ora tornava ad essere speranza concreta di trasformazione con un sentimento collettivo di possibilità reale, e imminente. E’in tutto questo che ha inizio la formazione di Sante come uomo,e della sua esperienza politica.

Latente, intanto, sull’onda del regresso delle forze popolari iniziato nel ‘48, già si delinea quell’involuzione in contraddizione coi sogni di tutta quella generazione di militanti; dopo il ’56 la svolta istituzionale del partito, quella “via italiana al socialismo” che si configura come progressivo abbandono della carica rivoluzionaria, in luogo di un tiepido riformismo. Smarrimento, impotenza, poi frustrazione bruciante. Sante, come in tutti quelli in cui si manteneva viva la necessità di azioni concrete, è preso dai dubbi, ma trova il coraggio per una critica lucida alle realtà del disfacimento del partito. E’ nel ’59, che Sante, Piero Cavallero e Danilo Crepaldi si incontrano, discutono, sono alla ricerca di un’altra possibilità, perchè la fedeltà alla dirigenza è ormai sterile, ma non esiste di fatto alternativa concreta sul piano politico. Quegli incontri cambiarono il loro destino. “La lotta non va avanti, cominciamo noi” (* pag 70). La rapina, intesa come appropriazione di capitale ai danni di quella società responsabile dell’ingiustizia sociale, fu il primo mezzo trovato per passare dalle parole ai fatti. “Con i soldi avremmo acquistato armi per i nostri compagni. Intanto avremmo acquisito un’esperienza che in seguito ci sarebbe stata utile. Avremmo collaudato le nostre capacità, per poi, col tempo, scegliere altri obiettivi. La convinzione indiscussa era che prima o poi la situazione sarebbe cambiata e sarebbe diventata davvero rivoluzionaria. Noi saremmo stati in pratica dei precursori della lotta armata” (p 43). Decidono, si preparano, il primo assalto è del 15 maggio del ’59, alla Fiat, esproprio delle buste paga.

Nel ’63, le decisione di riprendere le azioni, con un nuovo obiettivo, le banche. 8 aprile: assalto alla San Paolo di Torino. Segue piazza Rivoli, nel gennaio del ’64, poi una lunga serie di assalti a Torino e Milano, fino all’episodio finale, in quattro, la rapina di Largo Zandonai a Milano. Il 25 settembre 1967 “L’assalto alla banca di Milano fu di una grande perfezione tecnica, ormai eravamo dei veterani. Solo che dopo, per caso, fummo intercettati dalla polizia: sparatorie, morti, feriti, uno dei nostri, Rovoletto, catturato. Piero e io riuscimmo a sganciarci, rimanemmo latitanti otto giorni, braccati dappertutto” (* p.96). L’8 settembre, la cattura e l’arresto, dopo una lunga notte di angoscia e verità, dove Piero confessa che nulla di quegli anni era servito alla causa, cui Sante, unico del gruppo, era sempre rimasto fedele come nei giorni delle prime scelte, che le loro azioni servissero allo scopo superiore del finanziamento alla lotta proletaria. Una verità lacerante: tutto era stato un gioco tragico, di ribellione personale, di sfida individualistica, per Sante crolla l’universo. E’la fine.

Sarà in carcere vent’ anni, dieci mesi e un giorno. I primi dieci anni, dal ’67 al ’77, passati nelle carceri normali: una fase di presa di coscienza, l’inizio della militanza nella prima organizzazione di massa nel carcerario, i “Dannati della Terra”; la composizione dei soggetti detenuti era mutata, “i dannati” erano ora i figli rinnegati di una società industriale e organizzata, i tempi erano maturi perchè l’organizzazione delle rivendicazioni nelle lotte per i diritti uscisse dal ribellismo individuale e diventasse realtà anche all’interno del carcere. Sante ne sarà una delle voci più eminenti. La seconda fase inizia nel ’77, con una riforma carceraria che “fu snaturata e applicata essenzialmente nelle sue parti più repressive, come l’art.90, con la creazione di un circuito di carceri speciali che sono sezioni a lungo e completo isolamento dove le persone ricevono un trattamento teso a spezzarne il corpo e lo spirito”.   

E’ il ‘69. Piazza Fontana, la morte di Pinelli. Sante è a San Vittore, dove ci sono tanti altri compagni con storie simili alla sua, e le figure più significative dei gruppi di sinistra che entrano e escono a causa delle lotte di quei mesi. Si crea una corrente di simpatia reciproca e di umanità, ed è sulla base di questo rapporto personale che capiranno come inserirsi con le loro lotte nei temi rivoluzionari del momento. Una profonda umanità condivisa è il fondamento di tutta la sua esperienza successiva. Incontra Andrea Valcarenghi, e con lui l’opposizione alla passività della condizione carceraria, la denuncia delle condizioni di vita e del sistema, saranno l’altissimo scopo, come i gabbiani volare sopra la sua cella in una sua poesia, che muterà del tutto l’esperienza dell’ergastolo. E mentre le prime fermate all’aria e gli scioperi della fame, per la prima volta coordinate, in un’eco che all’improvviso si diffonde nelle carceri di tutto il paese, dispiegano la presa di coscienza che inizierà la lotta di un movimento, Sante decide questo, il 9 luglio del’70: “Io Sante Notarnicola, rifiuto la perizia psichiatrica ordinata dal tribunale su richiesta dell’accusa. I motivi per cui non intendo collaborare sono chiari e precisi, e hanno carattere politico-sociale e non personale. (…) Scopo dichiarato di queste perizie è indagare sulle mie condizioni psichiche al momento dei fatti, e non sulle origini di natura sociale e ambientale di questi fatti. (..)Oggi la giustizia mi chiama a rispondere di azioni compiute anni addietro, in fondo poco le interessa l’uomo di allora e l’uomo di oggi; importa solo che quest’uomo si sia schierato contro l’ordinamento borghese, e dunque su di lui vanno fatte ricadere tutte le colpe e le responsabilità, anche per i reati compiuti dalla polizia” (* p 124). Significava gettare la pur minima possibilità di evitare l’eragastolo, con quel gesto sacrificava il proprio interesse per rendere politica la richiesta della libertà stessa. L’Italia si risveglia su un sistema carcerario regolato ancora da un codice fascista, di stampo medievale, nell’autoritarismo e nelle strutture fatiscenti. Valcarenghi, uscito con un’amnistìa giorni prima con una loro lotta, fa pubblicare l’intero discorso sul giornale Lotta Continua. E tutti i giornali ne parlano.

Sante viene spostato in isolamento a Volterra, nell’infame carcere’: “Da un pò di tempo mi risvegliavo e tutto diventava più doloroso…il bisogno m’assaliva che mi parlassero della libertà, degli errori che gli uomini compiono nel rincorrerla, affinchè potessi capirli e non commetterli mai più. Ecco, così un giorno senza ironie, senza scherzi,imparai ad amare anche con le parole, ad amare gli altri. Si lo so, magari avrebbero detto, momento di scoramento, sentimentalismo di merda, ma nel fondo sapevo per esperienza che a certe persone piace atteggiarsi a duri e invece sono così vulnerabili… Basta trovare la chiave e aprire l’animo e nell’uomo, in tutti gli uomini, trovi meraviglie” (132). Tutte le citazioni fin qui sono tratte dall”Evasione Impossibile’, un resoconto appassionato e puntuale di quei primi anni di detenzione e di lotte, che Giangiacomo Feltrinelli pubblicherà nel ’72, con una prefazione di Pio Baldelli, e avrà altre ristampe (nel ’78, nel ’97 con Odradek, 2005 con una prefazione di Erri De Luca) e diffusione europea.  Nel frattempo le lotte si erano inasprite, fino al culmine del ’74-’75, quando le sommosse prenderanno alla lettera l’ordine <<il carcere si abbatte, non si cambia>>. Ma Sante spiega anche cos’era necessario ottenere prima: “conquistare il diritto al lavoro con retribuzione sindacale, il diritto ad avere contatti sessuali con le nostre donne, il diritto di avere tutti strumenti difensivi così come detta la costituzione, per porre termine alla sconcezza di certe condanne propinate solo perchè l’imputato non ha i mezzi per difendersi. E infine volevamo conquistarci il diritto di non compiere più reati”. ‘Re Nudo, fondato da Valcarenghi e ‘Lotta Continua’ pubblicano costantemente relazioni e appelli. Dal Ministero di Grazia e Giustizia il socialista Zagari dà mano libera a carabinieri e giudici per la repressione. Intanto, si era già formata “Soccorso Rosso”, come cassa comune di sostegno, che sarebbe divenuta poi un importante organo di assistenza legale e diffusione di informazioni, nonchè di denuncia, cui collaboreranno anche Dario Fo e Franca Rame. E’ grazie a ‘Soccorso Rosso’ che conosce Severina, la compagna che gli starà accanto durante tutto il periodo della prigionia,e dopo per altri dieci anni: senza farsi intimorire dalle perquisizioni, dal moltiplicarsi delle distanze per i frequenti e repentini spostamenti di Sante in tutte le prigioni d’Italia, lo sosterrà, organizzarà volantinaggi e collette, ne condividerà le lotte con straordinaria tenacia.       

Dal carcere di Noto Sante ottiene la circolazione della stampa extraparlamentare, fin lì vietata (oltre alla censura della normale stampa e delle letture); poco dopo un colloquio con una compagna, da leggere come ‘prima riunione politica’ con l’esterno. Dai colloqui con Marina Valcarenghi esce una linea di difesa, dieci giorni prima del processo di appello fissato per il 9 novembre, in seno a LC si forma una “commissione carceri”. Al processo, nella parte finale del discorso iniziale, si assume l’impegno politico nel carcere: “E’ stato e sarà compito nostro, come avanguardia interna al carcere, trasformare le prigioni in scuola di comunismo e sostituire all’oppurtunismo un sempre maggior spirito di fratellanza e di solidarietà. Questo è il mio impegno e questo è il vostro errore. Voi credete di aver vinto e invece, anche con me, avete perso la battaglia” (148). Scrive una lettera al ‘Manifesto’, dall’isolamento di Noto, per intervenire nel dibattito sul carcere che si era aperto, risponde a un compagno chiarendo la cruda differenza fra aderire ad un bandiera e battersi per la libertà.

L’11 marzo 1974, tre detenuti sequestrarono una ventina di persone; l’obiettivo era l’evasione ma il piano fallisce e sono costretti e barricarsi. Dopo due giorni di tesissime trattative, un’operazione ordinata dal procuratore generale per il Piemonte, Reviglio, e il generale dei carabinieri, Dalla Chiesa, pone fine alla vicenda causando la morte di sette persone. E’la strage di Alessandria. A Firenze si spara sul tetto occupato dai detenuti, muore del Padrone, vent’anni. “Diventava sempre più chiaro che da soli, in carcere, non avremmo potuto sostenere a lungo quei livelli di scontro. Tutte le rivolte si concludevano con violenti pestaggi, trasferimenti punitivi, condanne,morti.” Una riforma non avrebbe mutato il clima di terrorismo di stato e il carattere oppressivo del carcere, era tempo di darsi una nuova strategia, di creare strutture organizzate e clandestine fuori e dentro la prigione, per andare verso ad un unificazione delle forze che permettesse la costituzione davvero di un partito rivoluzionario, capace di organizzare e dirigere le avanguardie e le masse, tutta una generazione doveva essere coinvolta in quella operazione. Ma il progetto non riuscì, i dirigenti di LC non ebbero il coraggio politico di sostenere la portata di quelle istanza, il salto di qualità non avvenne e tutto si risolse nella dispersione delle forze provenienti da quel livello. Le avanguardie più determinate scelgono allora la lotta armata. Le Brigate Rosse sequestrano il giudice Sossi, si costituiscono i Nap (Nuclei armati proletari). Saranno loro i nuovi termini della dialettica interno-esterno delle lotte sollevate dai Dannati. La compattezza delle lotte aveva intanto davvero creato un fronte di rivendicazione efficace, un ‘potere rosso’ interno alle carceri, tanto che i nuovi regolamenti, del ’75, sanciscono di fatto le conquiste ottenute con le rivolte. I “Dannati” non sono più isolati nel vergognoso silenzio di una società cieca per volontà, la loro voce è guida dell’opposizione di classe alla sua ingiustizia e repressività. La legge Gozzini prevede la possibilità dei permessi, di cui Sante non usufruirà mai, era chiaro fossero usati come strumento di ricatto, di silenzio in cambio di aria, per dividere e corrompere. Le evasioni furono numerose, eclatanti. Nel luglio ’77 scattò così la più grande operazione di trasferimento tesi ad annientare le avanguardie della lotta, per disperderle, per ripiombarle nell’impotenza. La sopravvivenza del movimento dipenderà d’ora in poi dalla sempre più stretta collaborazione con le organizzazioni esterne, e coi nascenti gruppi di lotta armata. Il concentramento dei detenuti militanti in carceri di nuova repressività è guidato da Dalla Chiesa, generale dei carabineri, nominato responsabile della sicurezza nazionale nell’affare carceri. Ma fuori, parallelamente, i gruppi vengono colpiti e smantellati, inizia un durissimo periodo per i dannati, mentre il PCI non solo sta a guardare, ma si alesa a sostegno dell’esecutivo. LC scompare. Arriva il ’78, il sequestro Moro. Sante è nella lista dei 13 compagni di cui è richiesta la liberazione in cambio del segretario Dc. Diviene oggetto di pesanti pressioni e ricatti, ma attraverso il suo avvocato chiarisce la sua adesione alla scelta Br, perchè essa è la sola realtà a lavorare davvero per la causa delle prigioni. E’ a Nuoro, è isolato, lontano dai compagni più impegnati che sono in altre galere, ma anche qui continua il suo lavoro, sollevando un’azione ‘contro i vetri’, i divisori antiproiettile imposti ai già rari colloqui concessi, creando solidarità. Intanto da una casa editrice tedesca viene pubblicata la sua prima raccolta di poesie, “Attica”. Sante scrive per tutto il periodo della detenzione. Intratterrà un rapporto epistolare con Primo Levi, già lo aveva aiutato fornendogli libri per conto dell’Einaudi, dopo una lettera di richiesta firmata con altri detenuti, quando in carcere non si poteva che leggere il vangelo. Quando ‘Lotta Continua’ pubblica una sua poesia straziante, intitolata ‘Lager’, Levi inizia una pacata polemica sull’uso di quella parola in quel contesto, che riteneva impropria, che rinsalda però il loro legame.

I primi anni ottanta sono gli anni della dissociazione. L’atteggiamento di chiusura della maggioranza Br nei comitati di lotta, determina un’allontanamento di parte del movimento che sfocierà in documenti di dissociazione appunto dalla pratica di lotta armata delle Brigate Rosse (il primo viene pubblicato dal manifesto il 30 settembre 1982, noto come documento dei 51, stilato a Rebibbia, il secondo è del 22 febbraio dell’83, la famosa lettera scritta nel carcere di Palmi, “do you remember revolution?”). Sante criticherà sempre con durezza quell’abbandono, che segna la spaccatura fatale al movimento, il diluirsi delle lotte.

Il 25 luglio 1987, esce dal carcere, ha Severina, di giorno lavora in una cooperativa e di notte torna in carcere, è in semilibertà. (quando finisce la semilibertà?)

Manterrà viva una costante e appasionata attività di testimonianza, ricerca e denuncia dell’ingiustizia sociale, perchè la questione delle carceri non ricadesse nell’oblio, per educare i giovani alla memoria, alla comprensione cosciente. Infatti sarà sempre più impegnato con i gruppi giovanili che con i militanti di professione. Nel ’92 rilascia una intervista memorabile a cura di Radio Sherwood, da cui nascerà un libro che è un prezioso approfondimento sulla sua vicenda, “…Camminando sotto il cielo di Notte”, edito da Calusca. Nel ’95, dopo una ricerca mai sopita sulle verità della resistenza, si reca sui luoghi che aveva conosciute sulle pagine di libri in prigione, ci rimane un video a cura di Bernardo Iovene sulla strage di Marzabotto,frutto di quell’indagine, di quel viaggio alla ricerca dei tanti partigiani in occasione del 50° anniversario, che avra amia diffusione. Nel ’96 prende in gestione insieme a Cosimo (..)il Mutenye  , di cui ancora si prendono cura. Nel ’97 fa circolare una lettera, insieme alla prima ristampa Odradek dell’ “Evasione Impossibile”, in cui decide di lasciare la militanza pubblica. E’ tempo per Sante di consacrarsi alla sua vita ritrovata, alla tranquillità e al calore dei suoi affetti, ma nessuno ha mai creduto ad un abbandono. Come per la sua poesia, che si ferma con l’uscita dal carcere, ma che trasuda dalla sua storia e dai suoi occhi, da quella prima durezza che colpisce e che poi ti scioglie in un grande abbraccio di incontenibile umanità.

"Altissimi,
guardiamo i gabbiani che volano"

S.N.

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