Prefazione di Erri De Luca

da: “L’evasione impossibile”, II edizione Odradek, 2005

PREFAZIONE
di Erri de Luca

Un libro inevitabile

Questo libro esce nel 1972 a firma di Sante Notarnicola, autore, Gian Giacomo Feltrinelli, editore. In quell’anno uno esplose abbarbicato a un traliccio, l’altro era in prigione dal ’67.
Questo libro è ancora narrativo ma già documento di storia.
Parte dagli anni cinquanta e sfocia nei settanta, quelli saltati in lungo, aggirati al largo dalla storia ufficiale e reticente. Gli anni settanta sono il capo delle tempeste, che i bastimenti doppiano tenendosi lontano. Ridotti a cronaca nera, furono anni politici quando la parola politica spingeva dal basso e aveva dignità. Oggi quella storia saltata, viene ricoperta nel pubblico ricordo dalla musica leggera, da Battisti, Celentano e compagnia cantante. Gli anni settanta? Quelli del ragazzo della via Gluck. Noi di quegli anni ribelli non avevamo domicilio in via Gluck e nemmeno tra i caseggiati e i ragazzi della via Paal. Stavamo in un’Italia che pubblicava libri di rivoluzionari prigionieri, librerie che li diffondevano e niente recensioni su pagine culturali e interviste all’autore detenuto. Correva direttamente la notizia a voce, veloce per cortei surriscaldati, assemblee piantate in mezzo al tempo ufficiale per fermarlo, in una scuola, in mezzo a un’officina, su un cantiere. Il grido: “Assemblea, Assemblea” fermava gli orologi. Si staccavano di peso dal quadrante i secondi, i minuti, l’ora intera, quello era tempo fuori della conta, tempo inventato, libero di tracimare oltre l’orario.

Nelle osterie, nei tram ci si scambiava le notizie fresche, non solo arresti e scarcerazioni, ma anche uscite di libri. L’evasione impossibile girava tra le mani dimostrando che invece era possibile far uscire libri e storie dalle gabbie. Costava duemila lire, un prezzo robusto nell’anno in cui il giornale quotidiano Lotta Continua usciva al prezzo di lire cinquanta. Feltrinelli sapeva fare affari, ma intanto diffondeva una letteratura politica urgente per quella gioventù fuori dai gangheri e dai ranghi.

Sante scriveva durante il suo quinto anno di sbarre. Il ’68 l’aveva sentito dietro e dentro i muri dell’isolamento. Ma pure nel sottovuoto delle reclusioni gli arrivava il chiasso. Nessun muro bastava a insonorizzare il ’68. Il furore ribelle che lui, nato nel ’38, aveva aspettato per tutta la sua gioventù comunista e torinese, che era apparso a scatti di magnesio, in bianco e nero, nelle rivolte di Genova ’60 e Torino ’62, s’era infine stappato e dilagava. Cresceva senza partito e senza sindacato, non aveva intermediari tra sé e tutti i poteri costituiti.
Non riguardava solo l’Italia. Veniva dai quattro angoli del vento, dall’oriente asiatico dell’Indocina che riusciva a battere e rispedire a casa i soliti soldati sbattuti in trasferte remote a tutelare interessi occidentali; dalle Pantere Nere che azzannavano il razzismo della società americana; dal Sud America che imparava e insegnava la piccola guerra, la guerrilla; dall’ Africa che si scrollava secoli di colonie; dall’Irlanda col suo Ulster schiacciato dall’esercito inglese.
I quattro venti soffiavano burrasca. Sante li ascoltava dai compagni che entravano a ondate a popolare le prigioni e cambiare i connotati delle schiere detenute. Giovani di buona istruzione entravano coi libri e li leggevano ad alta voce per chi non aveva scuola. Un’altra gioventù riempiva di nuovo di cause politiche i cameroni delle questure, i bracci dei penitenziari.

Partirono così per rimbalzo e contagio, le rivolte anche là nel posto più compresso e umiliato della catena di comando. Là all’ultimo gradino, sotto il livello di strada e di istruzione, proprio là si muoveva in orizzontale, a serrare, disposta a ogni sacrificio, la fraternità. Allora si chiamava comunismo, aveva una storia di rivoluzioni e di sconfitte ed era parola politica primogenita del millenovecento. Veniva da un manifesto del secolo prima, ma era l’emergenza del seguente. Se gli levi la coda e la testa, al comunismo, come si fa quando distilli l’acquavite e conservi solo il cuore, resta la più antica risorsa dell’umanità: la fraternità. Senza preavviso si piantava lì,  nelle prigioni, sotto la più accanita repressione, tra quelli dati per spacciati perchè divisi e vinti. La rivolta carceraria è una pagina a parte di quel tempo di lotte rivoluzionarie nell’Italia di terzo novecento. Quella rivolta strappa, ottiene. L’Italia di fuori fa qualcosa, cambia regole, spunta la riforma della pena. Come pure si riesce a spremere una riforma del servizio di leva, come spuntano vittorie nelle fabbriche guadagnando il sabato festivo, la riduzione a otto ore includendo la mezz’ora di mensa, migliori condizioni di salute sugli impianti.

Una gioventù rivoluzionaria produceva riforme pagando in detenzione un prezzo equo se le si fosse estorte a una tirannia, ma esorbitante in democrazia. L’Italia della più bella carta costituzionale, se la teneva appesa al muro accanto al crocefisso e non permetteva né all’uno né all’altra di scendere di lì. Trent’anni di partito unico al comando rendevano di sale la statua della democrazia. I giovani rivoluzionari di allora si avviavano a macinare il loro record di prigionia politica. Avevano smesso di chiedere. La loro intransigenza si scontrava con tutte le autorità, le indeboliva, le costringeva a patti che poi venivano firmati dai partiti socialdemocratici seduti in parlamento.

Sante racconta. La sua voce è sgombera da difese di ufficio, lui è stato un rivoluzionario senza partito. Ha conosciuto Lotta Continua, le Brigate Rosse, ma è rimasto Sante, un compagno a parte. La sua voce di allora non porta nessuna scoria di quella dose di volontà di potenza che sta in ogni forma organizzata. Un giorno è il rappresentante di un ammutinamento carcerario, il giorno dopo è di nuovo il sommerso dalla rappresaglia, l’azzerato che le autorità spostano di continuo. Le buche, i fossi, le catacombe penali del nostro paese, tutte le ha attraversate, vagabondo in ceppi tra sbarre e scorte. La voce di Sante conserva l’onestà di chi non si è mai trovato a dover difendere una propria sigla, una scheggia, quando questa sbandava, si scassava. Oggi è uno che ha pagato il suo debito penale. Come tale è un cittadino raro, uno che non deve nulla allo stato. In un paese di evasori di tributi e regole, la sua è la figura del debitore che salda il suo conto fino all’ultimo spicciolo dei giorni. Altri di quella generazione hanno pagato e pagano a oltranza il conto per tutti noi di quell’età politica. Sono quelli che si sono alzati per ultimi dalla tavolata in fuga, sono gli acciuffati dall’oste, sbattuti alla risciacquatura fino all’età anziana. Chi vuole conoscere il millenovecento italiano deve sfogliare gli anni settanta. Questo libro, in quello scaffale è inevitabile.