Prima edizione con una Prefazione di Pio Baldelli e un’intervista all’autore
Roma – Odradek Edizioni – 1997

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  • Roma – Odradek – 2005 – con una prefazione di Erri de Luca


PREFAZIONE di Erri de Luca

Un libro inevitabile.
Questo libro esce nel 1972 a firma di Sante Notarnicola, autore, Gian Giacomo Feltrinelli, editore. In quell’anno uno esplose abbarbicato a un traliccio, l’altro era in prigione dal ’67. 
Questo libro è ancora narrativo ma già documento di storia. 
Parte dagli anni cinquanta e sfocia nei settanta, quelli saltati in lungo, aggirati al largo dalla storia ufficiale e reticente. Gli anni settanta sono il capo delle tempeste, che i bastimenti doppiano tenendosi lontano. Ridotti a cronaca nera, furono anni politici quando la parola politica spingeva dal basso e aveva dignità. Oggi quella storia saltata, viene ricoperta nel pubblico ricordo dalla musica leggera, da Battisti, Celentano e compagnia cantante. Gli anni settanta? Quelli del ragazzo della via Gluck. Noi di quegli anni ribelli non avevamo domicilio in via Gluck e nemmeno tra i caseggiati e i ragazzi della via Paal. Stavamo in un’Italia che pubblicava libri di rivoluzionari prigionieri, librerie che li diffondevano e niente recensioni su pagine culturali e interviste all’autore detenuto. Correva direttamente la notizia a voce, veloce per cortei surriscaldati, assemblee piantate in mezzo al tempo ufficiale per fermarlo, in una scuola, in mezzo a un’officina, su un cantiere. Il grido: “Assemblea, Assemblea” fermava gli orologi. Si staccavano di peso dal quadrante i secondi, i minuti, l’ora intera, quello era tempo fuori della conta, tempo inventato, libero di tracimare oltre l’orario. 
Nelle osterie, nei tram ci si scambiava le notizie fresche, non solo arresti e scarcerazioni, ma anche uscite di libri. L‘evasione impossibile girava tra le mani dimostrando che invece era possibile far uscire libri e storie dalle gabbie. Costava duemila lire, un prezzo robusto nell’anno in cui il giornale quotidiano Lotta Continua usciva al prezzo di lire cinquanta. Feltrinelli sapeva fare affari, ma intanto diffondeva una letteratura politica urgente per quella gioventù fuori dai gangheri e dai ranghi.
Sante scriveva durante il suo quinto anno di sbarre. Il ’68 l’aveva sentito dietro e dentro i muri dell’isolamento. Ma pure nel sottovuoto delle reclusioni gli arrivava il chiasso. Nessun muro bastava a insonorizzare il ’68. Il furore ribelle che lui, nato nel ’38, aveva aspettato per tutta la sua gioventù comunista e torinese, che era apparso a scatti di magnesio, in bianco e nero, nelle rivolte di Genova ’60 e Torino ’62, s’era infine stappato e dilagava. Cresceva senza partito e senza sindacato, non aveva intermediari tra sé e tutti i poteri costituiti.
Non riguardava solo l’Italia. Veniva dai quattro angoli del vento, dall’oriente asiatico dell’Indocina che riusciva a battere e rispedire a casa i soliti soldati sbattuti in trasferte remote a tutelare interessi occidentali; dalle Pantere Nere che azzannavano il razzismo della società americana; dal Sud America che imparava e insegnava la piccola guerra, la guerrilla;dall’ Africa che si scrollava secoli di colonie; dall’Irlanda col suo Ulster schiacciato dall’esercito inglese.
I quattro venti soffiavano burrasca. Sante li ascoltava dai compagni che entravano a ondate a popolare le prigioni e cambiare i connotati delle schiere detenute. Giovani di buona istruzione entravano coi libri e li leggevano ad alta voce per chi non aveva scuola. Un’altra gioventù riempiva di nuovo di cause politiche i cameroni delle questure, i bracci dei penitenziari.
Partirono così per rimbalzo e contagio, le rivolte anche là nel posto più compresso e umiliato della catena di comando. Là all’ultimo gradino, sotto il livello di strada e di istruzione, proprio là si muoveva in orizzontale, a serrare, disposta a ogni sacrificio, la fraternità. Allora si chiamava comunismo, aveva una storia di rivoluzioni e di sconfitte ed era parola politica primogenita del millenovecento. Veniva da un manifesto del secolo prima, ma era l’emergenza del seguente. Se gli levi la coda e la testa, al comunismo, come si fa quando distilli l’acquavite e conservi solo il cuore, resta la più antica risorsa dell’umanità: la fraternità. Senza preavviso si piantava lì,  nelle prigioni, sotto la più accanita repressione, tra quelli dati per spacciati perchè divisi e vinti. La rivolta carceraria è una pagina a parte di quel tempo di lotte rivoluzionarie nell’Italia di terzo novecento. Quella rivolta strappa, ottiene. L’Italia di fuori fa qualcosa, cambia regole, spunta la riforma della pena. Come pure si riesce a spremere una riforma del servizio di leva, come spuntano vittorie nelle fabbriche guadagnando il sabato festivo, la riduzione a otto ore includendo la mezz’ora di mensa, migliori condizioni di salute sugli impianti.
Una gioventù rivoluzionaria produceva riforme pagando in detenzione un prezzo equo se le si fosse estorte a una tirannia, ma esorbitante in democrazia. L’Italia della più bella carta costituzionale, se la teneva appesa al muro accanto al crocefisso e non permetteva né all’uno né all’altra di scendere di lì. Trent’anni di partito unico al comando rendevano di sale la statua della democrazia. I giovani rivoluzionari di allora si avviavano a macinare il loro record di prigionia politica. Avevano smesso di chiedere. La loro intransigenza si scontrava con tutte le autorità, le indeboliva, le costringeva a patti che poi venivano firmati dai partiti socialdemocratici seduti in parlamento. 
Sante racconta. La sua voce è sgombera da difese di ufficio, lui è stato un rivoluzionario senza partito. Ha conosciuto Lotta Continua, le Brigate Rosse, ma è rimasto Sante, un compagno a parte. La sua voce di allora non porta nessuna scoria di quella dose di volontà di potenza che sta in ogni forma organizzata. Un giorno è il rappresentante di un ammutinamento carcerario, il giorno dopo è di nuovo il sommerso dalla rappresaglia, l’azzerato che le autorità spostano di continuo. Le buche, i fossi, le catacombe penali del nostro paese, tutte le ha attraversate, vagabondo in ceppi tra sbarre e scorte. La voce di Sante conserva l’onestà di chi non si è mai trovato a dover difendere una propria sigla, una scheggia, quando questa sbandava, si scassava. Oggi è uno che ha pagato il suo debito penale. Come tale è un cittadino raro, uno che non deve nulla allo stato. In un paese di evasori di tributi e regole, la sua è la figura del debitore che salda il suo conto fino all’ultimo spicciolo dei giorni. Altri di quella generazione hanno pagato e pagano a oltranza il conto per tutti noi di quell’età politica. Sono quelli che si sono alzati per ultimi dalla tavolata in fuga, sono gli acciuffati dall’oste, sbattuti alla risciacquatura fino all’età anziana. Chi vuole conoscere il millenovecento italiano deve sfogliare gli anni settanta. Questo libro, in quello scaffale è inevitabile.



L’evasione impossibile è il racconto, scritto quasi in presa diretta, della nascita e del percorso di quel gruppo che attraversò i fugaci onori della cronaca alla fine degli anni ’60 come banda Cavallero. Era una banda di rapinatori di banche che aveva mantenuto per anni la propria salvaguardia evitando qualsiasi rapporto con la malavita, rendendo così inutile ogni sforzo e spiegazione degli investigatori dell’epoca. Un’anomalia che ne fece allora una leggenda, ma che si spiega con l’origine niente affatto malavitosa dei suoi componenti, radicati nel mondo del comunismo torinese, delle boite e delle officine della ricostruzione industriale del dopoguerra.

da L’evasione Impossibile – Roma – Odradek Edizioni – 1997 – pag 1



1

Da un po’ di tempo mi stavo risvegliando e tutto diventava più doloroso il bisogno m’assaliva che mi parlassero della libertà, degli errori che gli uomini compiono nel rincorrerla, affinché potessi capirli e non commetterli mai più. Ecco, così un giorno senza ironie, senza scherzi, imparare ad amare anche con le parole, ad amare gli altri. Queste cose sono possibili. Sì lo so, magari avrebbero detto, momento di scoramento, sentimentalismo di merda, ma nel fondo sapevo per esperienza che a certe persone piace atteggiarsi a duri e invece sono così vulnerabili. Basta trovare la chiave e aprire l’animo e nell’uomo, in tutti gli uomini, trovi meraviglie. Vivevo tra gente dura, provata dalle sventure più tremende; tanti troppi non avevano neppure un ideale a cui affidare una residua speranza, gente che vegetava eppure, sotto sotto, se sapevi scavare, se sapevi trovare l’argomento esatto e il momento esatto beh, allora vincevi e ritrovavi l’uomo. Avevo provato tante volte e lo sapevo. Per questo credevo in ciò che stavo facendo, al di là degli insuccessi e delle delusioni.
Certo, a volte prendevo delle cantonate, era fatale, ma la colpa era solo mia che non trovavo la chiave giusta. C’era solo un tipo di uomo che mi spaventava e lo conoscevo troppo bene, perché anch’io un tempo ero stato così: il fanatico. E di fronte a questi mi arrendevo: in questi casi come nel mio solo la vita e l’esperienza li fanno cambiare se non sono in cattiva fede.
Qualche giorno prima di Natale vennero alle celle di punizione altri 6 detenuti: penso che fosse l’unico carcere in Italia a tenere detenuti puniti in quei giorni. Finalmente il mio isolamento ebbe termine e potei tornare fra i compagni e riprendere i contatti con gli altri detenuti.
Una mattina, con A e C. mi trovavo nel corridoio quando arrivò C., un sardo piccolo di statura ma tutto nervi; notai qualcosa di strano in lui, anche gli altri compagni se ne accorsero. Quando ci passò vicino gli chiedemmo: “Cosa hai?”. Non terminammo la domanda che si appoggiò al muro e si mise a piangere. Era un uomo duro e questo atteggiamento ci preoccupò. Lo portammo in cella cercando di calmarlo. Poi finalmente incominciò a raccontare; parlava a fatica, portandosi le mani sul volto: “Poco fa, passavo in cortile sapete che ho l’abitudine di tenere in bocca un fiammifero spento non fumo il fiammifero mi piace masticarlo un po’, poi lo sputo via ecco, un’abitudine allora passavo nel cortile e c’era il maresciallo Busti con quel brigadiere grosso che non so come si chiama ero soprappensiero pensavo ai casi miei e manco li avevo visti ho sputato il fiammifero dopo un po di passi mi sono sentito chiamare Busti e l’altro mi hanno portato nell’ufficio e mi hanno obbligato a a mettermi in ginocchio per baciargli le mani”. Dovemmo tenerlo forte, era scosso per l’umiliazione subita. “Mi restano solo due anni da fare. Ho capito subito che mi avrebbero denunciato io voglio uscire, mia madre è ormai vecchia e la pena l’avrei scontata già da un pezzo questi anni che sto pagando sono tutti oltraggi presi in galera non vogliono farmi uscire sti bastardi: mi provocano continuamente”.
Raccontai ai compagni del nucleo le mie esperienze milanesi. Lì a Volterra invece le novità erano poche e tutte negative. La direzione manteneva il pugno di ferro, seppi anche di parecchi pestaggi; proposi di mettere insieme una documentazione, al mio ritorno a Milano l’avrei inviata a Andrea, che nel frattempo aveva creato una rivista: Re Nudo. Su questo giornale c’era una rubrica con l’invito ai militanti a corrispondere coi detenuti e ad aiutarli con libri e periodici. Furono in parecchi a raccogliere l’invito tra cui Irene e Candido, due attivi militanti di Lotta Continua; man mano provvidi a smistare ad altri compagni gli indirizzi e cominciò così una fitta corrispondenza con i compagni. “Lotta Continua” iniziò la pubblicazione di una serie di testimonianze dal carcere, poi ci assegnò due pagine fisse il lavoro cominciò ad assumere un volto politico.
Vi erano infatti molti obiettivi intermedi da formulare e da raggiungere in attesa di quello più importante che è la soppressione totale delle galere. Era necessario conquistare il diritto al lavoro nelle prigioni con retribuzione sindacale, il diritto di avere contatti sessuali con le nostre donne, il diritto di avere tutti gli strumenti difensivi così come detta la costituzione, per porre termine alla sconcezza di certe condanne propinate solo perché l’imputato non ha i mezzi per difendersi. E infine volevamo conquistarci il diritto di non compiere più reati, volevamo avere la certezza che la società accogliesse un proletario pronto a reinserirsi nella vita del paese e non un uomo carico di odio e di risentimento da tenere emarginato in attesa di rinchiuderlo nuovamente in carcere. Lavoravamo per uscire da questa spirale. Ero convinto che la politica, l’interesse sociale fosse una molla importante in grado di dare risultati positivi. La gente che in passato si era occupata di noi in modo paternalistico aveva miseramente fallito la sua missione, e non poteva essere diversamente dato che offrivano carità e rassegnazione. Questa gente non poteva vantare un solo detenuto redento. Noi, da soli, avevamo deciso che è possibile il nostro reinserimento. Imparavamo dalle lotte operaie, le nostre erano analoghe, e gli operai, sempre più numerosi, dimostravano simpatia per i nostri sforzi, anche se tutta la stampa borghese cercava di influenzarli in senso opposto. Dagli operai avevamo capito la lezione che sta nell’unità e nel rivendicare quelle cose che il sistema deve darci perché siamo creditori. Stavamo imparando a non staccarci dalla lotta comune, ora c’eravamo dentro fino al collo e questo era un punto a nostro favore. Le nostre rivendicazioni diventavano sempre più di natura strettamente politica e clamorosamente questo veniva a dimostrare che in carcere non ci sono solo delinquenti, ma che la massa è formata da proletari, e ciò giustificava l’interessamento delle avanguardie esterne che si occupano di colmare certi spazi del paese, così come fanno con i baraccati, le borgate e tutti quei punti di intervento dove esplodono lotte politicamente valide.
L’interesse di Re Nudo e Lotta Continua e tutto il lavoro che facevamo non potevano sfuggire alla direzione del carcere e molte lettere furono bloccate fino a quando trovammo canali clandestini. Nell’aprile del 1971 ci fu un’ennesima sommossa nel carcere di Torino, le “forze dell’ordine” ebbero la meglio dopo una dura lotta, ma si trovarono fra le mani un carcere completamente distrutto. I compagni detenuti avevano preso alla lettera la parola d’ordine “Il carcere si abbatte, non si cambia”. Il procuratore generale della repubblica di Torino, il famoso dottor Colli, aveva dato l’ordine di sparare a vista su quei detenuti che si fossero avventurati nelle vicinanze del muro di cinta, il quale del resto era completamente circondato dai poliziotti. Pare che si sia sparato contro gente inerme che aveva come arma solo qualche sasso e un mucchio di disperazione. Trenta furono trasferiti a Volterra. Non erano quelli che si chiamano “caporioni”, infatti arrivarono con tutta la loro roba, erano tra gli ultimi evacuati e lo avevano fatto con tutto comodo. In genere i “caporioni” vengono trasferiti via via che vengono catturati e nello stato in cui si trovano, a volte anche con le sole mutande. Questi trenta arrivarono alle due di notte e furono inquadrati nel grande cortile del castello: ad accoglierli c’erano tutte le guardie al gran completo. Li fecero denudare completamente e dopo all’improvviso piombarono loro addosso con calci, pugni e cinghiate. Molti di noi si svegliarono: il mio finestrino costituiva un ottimo piazzamento e assistetti così a una delle scene più rivoltanti che ricordi. L’azione era comandata dal maresciallo Cesare Busti. Alcuni detenuti scappavano dalle cinghie degli aguzzini e correvano lungo il grande cortile inseguiti dalla luce dei riflettori dove era piazzata una mitragliatrice Breda 20 mm. Ma le guardie erano troppe e giocavano come fossero gatti contro dei topolini. Sentivamo le urla: “mamma aiuto sbirri”, gridavano. Durò mezz’ora: alla fine si sentivano solo i movimenti sordi della colluttazione, poi più nulla. Quella notte giurai di farla pagare a Busti e al direttore Restivo, che era al corrente dei linciaggi di massa.
Tra di noi il malumore cresceva di giorno in giorno, ci furono alcune proposte che subito arrivarono alle orecchie della direzione. Presto tutto il nostro gruppo si trovò nelle celle di punizione, alcuni furono menati, bastava un nonnulla per finire “ai topi”. All’aria si andava solo dopo avere subito una perquisizione completa e altrettanto avveniva al rientro. Le guardie erano tutte consegnate, nei raggi invece di un solo agente ne montavano cinque o sei. Il prete venne a trovarmi all’isolamento, gli proposi di denunciare ciò che accadeva, non se la sentiva, aveva paura e lo disse chiaramente, si sentiva a suo agio solo quando ritirava lo stipendio. Eravamo soli. Fui chiamato in direzione, Busti mi accusò di preparare la rivolta e minacciò stragi e uccisioni. Mi rinfacciò alcuni miei corrispondenti minacciando di tagliarmeli, ma subito diventò “ragionevole”: in quello stesso momento mi veniva notificato il decreto di citazione del processo d’appello: ormai la mia permanenza a Volterra era solo questione di giorni. Il mattino della partenza per Milano mi portarono in matricola dove mi fecero spogliare per la perquisizione; c’era una guardia con la faccia da culo che mi disse di togliermi le mutande; disse poi “Gìrati”, mi girai, “Piégati”. Mi girai di scatto e rivestendomi gli dissi sul muso: “Se credi che nel culo nasconda qualcosa, chiama un medico; questo gesto lo pagherete”. Stavano per saltarmi addosso quando arrivarono i carabinieri a togliermi da quella situazione.
Per tutto il viaggio fino a Milano non dissi una sola parola, tanto che la scorta era a disagio. Mi godevo il panorama, gli alberi e tutto il verde. Guardavo l’orizzonte che da molti mesi non vedevo. Era il 1° maggio 1971. A San Vittore raggiunsi Adriano e Piero, mi avevano preceduto, e proposi loro di rendere pubblico lo scandalo di Volterra. Presentai un documento alla corte d’appello di Milano. Attraverso i soliti canali clandestini feci una relazione ai compagni; alcuni stralci furono pubblicati su ‘Lotta Continua’ e su ‘Re Nudo’.
Speravamo che ci denunciassero per calunnia per poter tirar fuori al processo tutto quello che non potevamo scrivere, ma anche quando la stampa borghese riportò la notizia, la denuncia non venne. Un risultato positivo comunque fu raggiunto: Restivo, il direttore di Volterra, fu rimosso dall’incarico e ora dirige, con i soliti metodi appresi nel famigerato carcere di Palermo, l’Ucciardone, il piccolo giudiziario di Agrigento. Pare che ora sia cambiato qualcosa anche a Volterra. Ma certamente non per merito dei borghesi “illuminati”, sempre così attenti alle cose d’oltre cortina, ma grazie a un gruppo di giovani che dall’esterno ci hanno consigliato e aiutato. E grazie soprattutto a tanti oscuri detenuti che, rischiando grosso, hanno avuto il coraggio di affrontare una lotta che sapevano persa in partenza.
Alla procura di Pisa giacciono decine di denuncie contro Volterra con precise indicazioni, date, fatti, nomi. Fino a ora la magistratura non le ha prese in considerazione. Pur di essere trasferiti da Volterra i detenuti ingoiavano chiodi, cucchiai aghi, lampadine, si tagliavano le vene, si squarciavano il ventre, pur di sfuggire alle grinfie di Busti e Restivo. Essi venivano allora trasportati all’ospedale del carcere di Pisa e poi rimandati a Volterra.